La mutazione delle arti marziali

Sono passate decine di anni da quando è iniziata la rivoluzione marziale, ma rimane comunque una delle rivoluzioni più nascoste che ci siano mai state. Si è annidata nei gesti semplici, negli allenamenti quotidiani, nella nostra gestione di desideri e paure.

La rivoluzione è giunta ad un tale livello di penetrazione nelle arti marziali, al punto che oramai è impossibile negarne l’esistenza. Sarebbe tuttavia sbagliato raccontarla come una trasformazione necessaria e obbligatoria, presentandola a volte come inevitabile.

Ci rendiamo conto che nelle consuetudini più elementari del nostro allenamento o dell’allenamento proposto nei nuovi stili da combattimento e/o arti marziali moderne, ci si muove con conoscenza e competenza fisica e mentale approfondita.  Si introducono novità che solo venti anni fa avremmo a malapena accettato, di cui non capivamo il senso e che avremmo denunciato come degrado delle arti marziali.

Eppure ora le palestre che propongono i nuovi stili sono piene di allievi, le certificazioni rapide sono preferite all’agognata cintura nera presa con tanti anni di esercizio e fallimenti, le tecniche devono essere “meglio poche ma efficaci” e non più “tante ma educative”.

Cosa è successo?  Siamo stati conquistati? Qualcuno ci ha imposto un modello di allenamento che non appartiene alla tradizione marziale?

La risposta è SI, Qualcuno ce l’ha proposto e noi ogni giorno torniamo ad accettare l’invito, imprimendo al nostro quotidiano marziale una precisa rimozione del passato, comportamento che negli anni ‘80 sarebbe sembrato   grottesco e deplorevole e che ora è, stando ai fatti, il nostro modo di stare comodi, vivi e perfino evoluti, marzialmente parlando.

L’impressione di essere stati invasi dagli stili moderni si è dissolta e ora prevale la sensazione di esserci sporti al di là del mondo tradizionale conosciuto, con l’aggiunta di pesanti critiche al passato da parte del moderno facilmente assimilabile.

L’idea di efficaci capacità nel difendersi, di creare nuove generazioni di stili da difesa, ha iniziato a farsi strada e l’idea di farne parte è risultata più avvincente di quanto paurosa non fosse, in partenza, l’eventualità di esservi deportati.

Così abbiamo finito per concederci ad una mutazione marziale di cui per un certo periodo abbiamo apertamente negato l’esistenza – abbiamo destinato la nostra intelligenza a usarla piuttosto che a boicottarla.

In un tempo molto rapido ci siamo messi ad azzerare i nostri Dojo di stili tradizionali e aprire palestre in cui si praticano citazioni di vecchi stili “jujutsu – stile xxxxx” o miscellanee di stili “xxxx stile jutsu-te (dove te è mano vuota J)”, in fondo è il nostro modo di dire addio al passato, metabolizzandolo.

Non si dica che non siamo geniali.

I nuovi stili, una volta corretti alcuni grossolani errori iniziali, adesso sappiamo che stanno invadendo le palestre, rivoluzionandole. Siamo disposti a credere che sia il frutto di una creazione collettiva di nuove arti marziali, una giusta RIVENDICAZIONE occidentale e non una degenerazione imprevista delle arti marziali tradizionali.  Stiamo vivendo un futuro che abbiamo estorto al passato, che ci spetta e che abbiamo fortemente voluto. Questo mondo marziale nuovo è il nostro, è nostra questa rivoluzione.

Ora occorre concentrarsi su un punto interessante, di questa rivoluzione, purtroppo, non conosciamo con precisione l’origine e nemmeno lo scopo.

Chiaramente, qualcuno una sua idea ce l’ha.  Ma nel complesso, quel che sappiamo della mutazione che stiamo realizzando è davvero poco. I nostri gesti rituali sono cambiati, con una velocità sconcertante, ma i pensieri sembrano essere rimasti indietro nel compito di nominare quello che creiamo a ogni istante.

Sappiamo con certezza che ci orienteremo con mappe e pergamene che ancora non esistono, avremo un’idea di combattimento che non sappiamo prevedere, e chiameremo verità quello che in passato avremmo denunciato come menzogna. Ci diciamo che tutto quello che sta accadendo ha sicuramente un’origine e una meta, ma ignoriamo quali siano.

Tra secoli ci ricorderanno come gli innovatori di un contesto marziale obsoleto in cui oggi a stento saremmo in grado di spiegarne l’obiettivo.

A volte provo a cercarlo, siamo forse aggrediti fisicamente in ogni contesto della vita quotidiana? Continueremo anche da anziani a tirare colpi alla gola, ai genitali o a difenderci da pistole e coltelli?

Forse esiste un punto nella roadmap del nuovo percorso (guai a chiamarla via è troppo retrò) neo-marziale-combattente-difensivo in cui la rivoluzione che stiamo facendo sbianca, ammutolisce, si inabissa. Non abbiamo nessuna indicazione da chi può insegnare il nuovo. Giusto il racconto di qualche pioniere, qualcuno che “lui, la guerra l’ha fatta davvero in medio oriente”, lui “ha esperienza nella difesa, ha fatto il contractor”, lui “contro il coltello ci ha combattuto”, lui “una gara l’ha fatta, davvero (15 anni fa) nel circuito wwwww in cui erano solo in sei ma davvero molto abili”.

Tuttavia, come disse l’allenatore Julio Velasco che ha portato la nazionale italiana di pallavolo a molteplici successi internazionali negli anni 90, “vorrei dirvi che sono laureato in scienze motorie o che sono stato un atleta, ma in realtà sono un filosofo, appassionato della metodologia dell’allenamento che studia molto e adora portare al successo gli altri”.

Non vorrei dare l’errata sensazione che io abbia delle risposte, men che meno che scriva questo articolo per spiegare o criticare, mi confronto serenamente tra il moderno e l’antico, tra il sacro e il faceto. Lo faccio entusiasta di quello che faccio e mentre mi alleno nel nuovo sono nostalgico, e vorrei ancora ritrovare nelle arti marziali quel momento in cui non capiamo i movimenti, dove si nasconde davvero il senso delle tecniche, dove è negato l’accesso alle radici di quei gesti che immagino inutili fintanto che dopo anni arriva l’illuminazione. Dove ci appare come una frontiera misteriosa la pratica marziale.

Non ho nulla contro le nuove generazioni di combattimento marziale, solo che ad esser sinceri, nel tradizionale, ho mappe e pergamene. Certo, fino a quando non mi metto in viaggio non posso sapere se sono affidabili, precise, utili ma a guardare i miei maestri forse un senso ce l’hanno queste pergamene che hanno dato luogo ad un programma preciso.

Ma attenzione ad attingere ad esse per distorcerle verso l’ultramoderno funzionale al combattimento, perché a furia di rubare guardando youtube, a forza di dare nuovi nomi a tecniche tradizionali, si inizia a pensare che stiamo perdendo la forza muscolare necessaria al corpo a corpo col reale: da qui una certa tendenza a sfumarlo, il reale, a evitarlo, a sostituirlo con rappresentazioni leggere che ne adattano i contenuti rendendoli compatibili con la minor capacità di apprendimento e la maggior facilità di esecuzione.

La logica di allenamento è diventata “non serve per educare”, “non serve per tenere il fisico in forma sino alla nostra dipartita”, “non serve per passione”, serve per difenderci o aggredire. Bisogna farlo velocemente e facilmente! Siamo sicuri che non sia una tattica suicida del mondo marziale?

Per non parlare della superficialità, quella è micidiale, fa perdere tutta una parte della realtà, probabilmente la migliore: quella che pulsa sotto la superficie delle cose, là dove c’è un cammino paziente, faticoso e raffinato.  Questo lungo cammino, dava forma alla convinzione che le cose avessero, seppure nascosto in luoghi quasi inaccessibili, un senso. Indicava implicitamente un luogo: come negare il fatto che le nuove tecniche di studio dell’attacco-e-difesa sembrino fatte apposta per rendere impossibile la discesa in quel luogo, obbligando ad un veloce movimento inesausto sulla superficie delle cose? Cosa sarà di artisti marziali che non sanno più scendere alle radici e spiegarne un senso logico e storico, spiegazione magari pallosa, ma così filosoficamente potente ed efficace da convincere una persona a superare i propri limiti ed allenarsi negli anni a venire della sua vita.

Accetto il nuovo e apprezzo leggere e guardare video, ho letto l’ultimo saggio di A. Baricco ed ho ad esso attinto a piene mani per scrivere questo post, per fare questa riflessione che ritengo importante.

Forse il viaggio è verso il nuovo ma senza un’origine e senza uno scopo preciso, che non sia solo aggredire o difendersi, ho paura che non riusciremo a trattenere/coinvolgere ancora persone da educare alle arti marziali.

Cit. Allievo, Ti ringrazio davvero, adesso so difendermi e tirare colpi efficaci, posso anche smettere di allenarmi e da domani inizio crossfit.

……Alhoa !

 

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